Asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi

Asana

Creare agio nel corpo

Per molti occidentali, il punto d’inizio è la pratica fisica, quella che Patañjali chiama asana (posizione). Secondo Patañjali, la nostra postura, specificamente quella per la meditazione, dovrebbe essere “stabile confortevole”. Non parla di nessuna delle posizioni che vengono solitamente eseguite in una lezione di yoga (queste sono descritte in altri testi, come l’Hatha Yoga Pradipika). Per Patañjali il concetto chiave è che il praticante di yoga dovrebbe vivere e muoversi in modo tale da rendere il corpo uno strumento capace per ulteriori studi e meditazione. C’è però molto di più negli asana che la semplice creazione e mantenimento di una posizione ferma in piedi o seduti. Un asana è una “cosa” concreta, e come tale offre un modo diretto di apprendere come concentrare la mente. Dirigere l’attenzione al respiro e a diverse parti del corpo, come le ossa, i muscoli e gli organi, ci insegna a concentrare la nostra consapevolezza. Ad esempio, quando eseguiamo un piegamento in avanti, l’allungamento forte nei tendini ci fa concentrare sul retro delle cosce. Questo processo di continua attenzione ad un punto specifico allena la mente in modo simile a quando si allena un cucciolo vivace.

Pranayama

Imbrigliare la forza vitale

 

Dopo i primi tre passi – gli yama, niyama e asana – viene pranayama, il lavoro yogi sul respiro. Il respiro e la consapevolezza sono innegabilmente legati. Quando siamo arrabbiati o addolorati, la nostra famiglia o i nostri amici ci dicono di “fare qualche respiro profondo”. Sanno che quei respiri hanno un effetto potentemente calmante. Tanto è profondo l’effetto del respiro sul corpo e sul cervello, che molti insegnanti danno più importanza al pranayama che agli asana. Attraverso il respiro riusciamo ad accedere direttamente al sistema nervoso parasimpatico che controlla l’abilità
del corpo di “riposare e digerire” (l’opposto del sistema nervoso simpatico che controlla la risposta di “fuga o combattimento”). Rallentare il respiro in maniera percettibile influisce sulle onde cerebrali producendo uno stato di tranquillità, meno reattivo alle fluttuazioni interne ed esterne.

Pratyahara

Ritirare i sensi

 

Nella pratica del quarto passo, pratyahara (ritiro dai sensi) spostiamo consapevolmente la nostra attenzione da ciò che ci comunicano i sensi.
Sul materassino da yoga iniziamo chiudendo gli occhi, escludendo il continuo flusso di stimolazione visiva. Poi lavoriamo per ridurre la nostra reattività a qualunque stimolazione sensoriale. In uno stato di pratyahara potremmo ancora sentire ed avvertire stimoli, ma i suoni e le sensazioni che arrivano alla mente dal sistema nervoso non disturbano o distraggono la mente. Impariamo che la consapevolezza non è la stessa cosa dei segnali sensoriali, che vanno e vengono e sono per loro stessa natura transitori.

Dharana, Dhyana e Samadhi

L’unione della consapevolezza


Gli ultimi tre passi, dharana (concentrazione), dhyana (meditazione) e samadhi (unione) sono presentati da Patañjali in modo da sottolineare la loro connessione.

L’abilità di stare seduti fermi e mantenere concentrata la mente su una cosa è dharana, la concentrazione.

Quando quella concentrazione diventa continua e ininterrotta diventa dhyana, o meditazione.

Quindi, la meditazione non è da intendersi come un processo di “andare altrove” con la mente: al contrario, lo stato della meditazione è lo stato dell’essere radicalmente nel presente, qui ed ora.

Solo in questo stato di presenza pura possiamo raggiungere samadhi, la realizzazione del Sè che è lo scopo ultimo dello yoga.

Lo yoga nel suo insieme

Spesso impariamo gli otto passi uno ad uno, ma è utile ricordare che ogni passo sul cammino è una parte di un tutto integro, più simile ad un ologramma che ad una strada lineare.

Una volta apprese, le membra devono essere praticate e vissute insieme.
Se riusciamo a tessere insieme con successo tutte le otto membra nelle nostre pratiche e nella
vita, come insegna Patañjali, saremo più felici e soffriremo meno, ma ci servono tutte.

Gli ultimi tre passi sono radicati nei primi cinque; senza la consapevolezza delle proprie azioni nel mondo, l’esercizio della stabilità nella postura e nel respiro, e la capacità di ritirarsi dalle stimolazioni dei sensi, la mente non può diventare il terreno adatto per arrivare allo stato di unione.
È un paradosso che questo stato non sia qualcosa di straordinario ma che sia davvero disponibile a chiunque, sempre. Tutti gli esseri umani hanno, a volte, dei momenti di illuminazione, momenti
in cui tutto diventa chiaro e la sofferenza scorre via lasciando che l’amore abbia il sopravvento.

La pratica dello yoga è semplicemente uno dei migliori strumenti che abbiamo per aiutarci a vivere più spesso in questo stato.

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