Yama e Nijama

Yama - L’etica dello yoga

Oggigiorno la prima cosa che probabilmente impariamo sono gli asana, ma è interessante notare che il cammino di Patañjali ( un grande maestro che ha messo per iscritto il cammino dello yoga, prima veniva solo tramandato da maestro a discepolo) non inizia con la pratica fisica ma con gli yama, i principi etici che stanno alla base dell’intera pratica dello yoga:

• ahimsa (non fare del male),

• satya (verità),

• asteya (non rubare),

• brahmacharya (moderazione sessuale) e

• aparigraha (non essere avidi).


La parola yama significa “moderare”, e questa idea spesso sorprende alcuni studenti di yoga, perchè tendiamo ad associare lo yoga con l’apertura e l’espansione. Specialmente sul piano fisico dove riuscire ad eseguire posizioni complicate tende ad essere la misura della propria capacità di movimento. Sembra quasi un controsenso che la pratica classica dello yoga debba iniziare con la moderazione.


Ma se vogliamo diventare studenti di yoga dobbiamo prima capire cosa significa moderare le nostre azioni nel mondo. Se non diventiamo consapevoli delle nostre interazioni sociali più ampie e osservabili, non possiamo sperare di cambiare gli aspetti più nascosti della nostra mente e del nostro corpo.


È importante notare che la filosofia dello yoga non è moralista: al contrario, essa è estremamente pragmatica. Patañjali non ci dice che se mentiamo, rubiamo, siamo avidi, abbiamo molti partner sessuali allo stesso tempo, o siamo violenti, allora siamo “cattivi”: l’insegnamento è che se scegliamo di agire in questi modi, soffriremo di più. Non potremo dare una fine alla nostra sofferenza se siamo noi a crearla attorno a noi.

Sembra dirci:
se devi, ruba, ma non ti renderà felice. La scelta è tua.

 

Niyama - Il rispetto come stile di vita 

Il secondo passo nel cammino yogi comprende i niyama, cinque regole o pratiche da perseguire attivamente.

Il primo niyama è saucha (la purezza) che non indica solo l’ordine delle nostre case, del nostro corpo e degli spazi per la pratica, ma anche la scelta consapevole di agire con intenzioni pure durante la pratica e nel resto del nostro tempo.

Il secondo niyama è santosha (appagamento). Sembra strano che ci venga chiesto di “esercitare” l’appagamento. Non dovrebbe essere qualcosa che arriva quando ci sono le condizioni giuste? No: l’appagamento descritto da Patañjali non ha nulla a che fare con le circostanze esterne, ma piuttosto è indicato come la volontà di essere in pace con qualunque cosa esista, anche con il fatto che nel momento presente non si sia appagati.
Il niyama successivo è tapas (disciplina). Per arrivare al nostro obiettivo dobbiamo essere coerenti nella nostra pratica. La coerenza è una delle cose che riflettono più chiaramente lo spirito della disciplina.
Svadhyaya (lo studio del sè) richiede di passare del tempo a riflettere sul nostro attaccamento
ai nostri pensieri e a quanto crediamo in essi, in modo da capire quanto spesso essi ci impediscano di raggiungere una profonda connessione al nostro vero Io. Significa anche studiare la filosofia dello yoga o contemplare gli insegnamenti più profondi; ad esempio, leggere questo articolo è un modo di esercitare svadhyaya.
Per ultimo c’è Ishvara pranidhana (devozione), un po’ difficile da descrivere. Abbraccia il concetto di abbandonare sia i frutti che le difficoltà della nostra vita e delle nostre pratiche donandole al Divino (l’ideale spirituale che ciascuno di noi ha). Esercitare Ishvara pranidhana significa ricordare che non siamo noi a comandare: siamo solo umani.

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